La ripetizione parziale delle elezioni amministrative di Pescara di domenica 8 e lunedì 9 marzo scorsi ha messo in luce alcuni aspetti decisivi della politica territoriale.
L’aspetto fondamentale riguarda lo scarso gradimento mostrato dai cittadini nei riguardi di chi pensava di capovolgere un risultato attraverso il ricorso alla giustizia amministrativa per alcuni errori procedurali ininfluenti sul risultato elettorale. Infatti il centrodestra non solo ha confermato il consenso precedente ma ha dimostrato di essere ben radicato nella società pescarese.
Il centrosinistra invece, nella sua perenne frammentazione, non è riuscito a trovare una sintesi nonostante l’opportunità offerta dalla sentenza del Consiglio di Stato.
Non tutti i personaggi del centrosinistra hanno partecipato alla campagna elettorale con l’entusiasmo necessario. Non sappiamo se sono stati in disparte per loro decisione o perché chi ha guidato la coalizione di centrosinistra, volutamente, ha preferito tenerli in disparte.
Sicuramente la macchina elettorale dell’onorevole D’Alfonso non è stata impegnata in questa competizione come lo è stata in altri appuntamenti elettorali dove era in gioco l’autorevolezza di un personaggio che condiziona da circa 30 anni la politica regionale. Probabilmente un suo impegno in prima fila avrebbe potuto modificare il risultato. E comunque lo si è visto più attivo sul referendum sulla magistratura che sul voto comunale, tanto per essere chiari
Con l’approssimarsi del voto per la grande Pescara, alla luce dell’ultima esperienza elettorale, i partiti e le coalizioni devono iniziare a pensare a programmi e uomini e donne da mettere in campo per cercare di conquistare la guida amministrativa delle tre comunità, Pescara, Spoltore e Montesilvano, uniti in uno stesso ente.
Sicuramente il centrosinistra dovrà lavorare già da oggi per recuperare un consenso fluttuante che ruota più attorno a dei personaggi che agli stessi partiti.



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