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Insigne si racconta a Sportweek: io, Pescara, Napoli e l'Italia tra passato, presente e futuro

Lorenzo Insigne

Insigne si racconta a Sportweek: io, Pescara, Napoli e l’Italia tra passato, presente e futuro

Approfittando della sosta della serie B l’attaccante del Pescara Lorenzo Insigne, 34 anni, uno dei protagonisti della risalita in classifica e della rincorsa salvezza, si è raccontato al settimanale Sportweek uscito in edicola in abbinata alla Gazzetta dello Sport, nonostante lo sciopero nazionale dei giornalisti proclamato dalla Fnsi. Dalla promozione in serie A del 2012 fino ai nostri giorni. Sono passati quindici anni dall’arrivo dell’attaccante in riva all’Adriatico voluto da Zeman che l’aveva allenato a Foggia. Oggi ha un orecchino in più, il pizzetto e tatuaggi su tutto il corpo (“Ho smesso di contarli e non ne farò altri: non ho più voglia di sentire dolore”). Il resto è uguale al 2011, quando è arrivato a Pescara per la prima volta. In bacheca un titolo europei, tra gli altri. A  Fabrizio Salvio della Gazzetta dello sport si è raccontato così:”Non sono qui  per chiudere il cerchio della mia carriera. Ho ancora parecchio da dare”. E poi: “Mi sento bene fisicamente. Sto rimettendo a punto il tiraggir. Ricomincio a divertirmi dopo tre anni in cui non ho espresso il mio calcio abituale”. 

E perché? 

“A Toronto, in Canada, dove ho giocato dal 2022 a giugno, non sono mai stato al 100% fisicamente: mi infortunavo, pur di tornare in campo giocavo che non mi ero ancora ripreso del tutto e mi facevo male di nuovo. Poi, nel calcio nordamericano non esistono le retrocessioni: sono stato dodici anni nel Napoli, mi è mancata la pressione cui ero abituato. Più sono sotto pressione e più mi sento a mio agio. Infine, ero in una squadra poco competitiva e questo mi ha calcisticamente depresso”. 

E fuori dal campo? 

“Io, mia moglie e i miei figli stavamo benissimo a Toronto, ogni tanto sentiamo un po’ la nostalgia. Facevamo una passeggiata, andavamo a prendere il gelato, portavo i bimbi al parco… Tutte cose che a Napoli non potevo fare. Toronto è piena di italiani, siamo stati accolti benissimo. Abbiamo conosciuto una famiglia italiana che ci invitava a pranzo o a cena. Ancora ci sentiamo quasi tutti i giorni. Differenze con Napoli? A Toronto c’è molto più traffico. La sola differenza è che là potevo uscire serenamente e a Napoli no, ma Napoli mi è mancata, perché Napoli è casa”. 

Dopo il Canada, a casa ci sei rimasto sul serio, e pure tanto. 

“Cinque, sei mesi, ed è stata dura. Però mi sono sempre allenato, non ho mai mollato. Come sempre nella mia vita. Mi dicevo: ‘Non smetto, ho solo 34 anni’. Se non mi sono arreso è stato per la mia forza di volontà, e per mia moglie e i miei tre figli che ogni giorno mi ricordano quello che sono stato, che sono e che posso ancora essere”. 

Il suo arrivo  ha riportato entusiasmo nello spogliatoio e il Pescara pian piano si sta rialzando. 

“Nel momento in cui ho deciso di tornare qui, ho voluto mettermi a disposizione della squadra, al di là del mio nome e della carriera che ho fatto. I più giovani mi guardano in un certo modo; con ammirazione, diciamo. Cerco di dare l’esempio nel lavoro quotidiano”. 

Si consideri un leader, e lo era a Napoli? 

“Sono un punto di riferimento, è inevitabile. Alzo la voce solo nel momento in cui vedo cose che non mi piacciono, tipo un approccio un po’ molle alla partita. Ma ho trovato un gruppo unito e voglioso di rimettere le cose a posto. Ora sappiamo di poter dare fastidio a tutti. Ai miei inizi nel Napoli stavo ad ascoltare gli altri, anche perché ero giovane. Imitavo gesti e comportamenti dei più grandi e parlavo poco. Crescendo mi sono preso i miei spazi, la fascia di capitano ha fatto il resto. Ma quello spogliatoio aveva tanti campioni dalla forte personalità, il mio compito era più facile rispetto a oggi”. 

Sinceramente: si aspettava una chiamata dalla serie A? Da Napoli è mai arrivata una telefonata? 

“Se è per questo, qualche telefonata è arrivata pure dall’estero, ma i miei interlocutori erano preoccupati del fatto che da giugno a gennaio io mi fossi allenato da solo. Ho sempre detto che, col mio fisico, mi sarebbero bastati 15-20 giorni per tornare in forma, ma loro volevano un giocatore già pronto. A Napoli sarei tornato a piedi. Mi hanno contattato un paio di settimane prima di firmare per il Pescara, non ci dormivo la notte. Pur di vestire di nuovo quella maglia mi ero proposto al minimo dello stipendio, 1.500 euro al mese. ‘Se poi dimostro di star bene, rinnovo. Sennò smetto, ma con la squadra del mio cuore’, pensavo. Non ci sono rimasto male perché le scelte altrui vanno rispettate. E poi, dopo Napoli nel mio cuore c’è Pescara”. 

Zeman le ha cambiato la vita. 

“Ha sempre creduto in me, ha visto qualcosa che gli altri non vedevano, mi ha dato fiducia. Mi ha voluto al Foggia in C e ho fatto 19 gol; mi ha portato al Pescara l’anno dopo in B e ne ho fatti 18, con 14 assist e la promozione in A. Diceva: ‘Gioca spensierato’. Davanti, in quel Pescara, c’eravamo io largo a sinistra, Caprari a destra e Immobile al centro, alle spalle Verratti e poi i grandi vecchi che tanto aiutarono noi giovani: Cascione, Zanon, Balzano, Maniero…”. 

E’  andato via quattro anni fa e il Napoli è diventato due volte campione d’Italia. Quante volte si è mangiato i gomiti? 

“Non mi sono mangiato niente. Io sono un tifoso del Napoli e mi fa solo piacere che abbia conquistato due scudetti. A me resta il rammarico di non aver vinto nell’anno dei 91 punti, ma in fondo con il Napoli ho trionfato ogni giorno: da napoletano, giocare in quello stadio, con quella maglia e con la fascia da capitano è una vittoria”. 

Quanto le ha pesato la pressione dei tifosi, dell’ambiente, il non essere considerato, alla lunga, un vincente? 

“Ha pesato tanto. Andavo in campo con una responsabilità difficile da sopportare. Da giovane ho fatto qualche cavolata, ho litigato coi tifosi. Oggi me ne pento e dico che non lo farei più, perché ho capito che le critiche, anche le più dure, erano fatte per spronarmi. Sai il problema qual è? Che la gente non mi ha capito abbastanza, un po’ anche per colpa mia. Sono uno simpatico, mi piace scherzare. All’inizio però resto sulle mie, diffidente, tengo le distanze perché non puoi mai sapere se, chi ti avvicina, lo fa con qualche secondo fine. E così sono passato per presuntuoso. Ma io tengo troppo alla maglia del Napoli, e la cosa che mi fa rabbia è che non sono riuscito a dare tutto quello che avrei voluto. Non sono riuscito a farmi capire. Quando a gennaio il club mi ha chiamato, avevo le lacrime agli occhi. ‘Che fai, piangi?’, dice mia moglie. ‘Sì’, rispondo. ‘Piango perché io amo il Napoli’”. 

Rifarebbe  la scelta di andar via? Ed è stata una scelta più tua o del club? 

“Dopo 12 anni non avevo più energie fisiche e mentali. Separarsi è stata una cosa voluta da entrambe le parti, senza colpe da attribuire a una o all’altra. È stata una scelta che andava presa. Certo non mi aspettavo di finire in Canada”. 

Il trionfo a Euro 2020. Il primo ricordo che le torna in mente? 

“Io che salto addosso a Donnarumma dopo l’ultimo rigore parato mentre penso: ‘Che abbiamo combinato!’. Posso giocare anche in D, ma alla Nazionale non rinuncio: se mi chiamano, corro”. 

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