Leggendo le cronache dell’omicidio di Vasto c’è un po’ di vita quotidiana di tante famiglie del mondo d’oggi. Liti familiari, divergenze. Che di solito restano nell’ambito domestico, nella famiglia Sciorilli è sfuggita di mano. E dopo le dichiarazioni rese da Antonio Sciorilli, 52 anni, dirigente amministrativo alla Asl di Chieti, si attendono gli esiti dell’autopsia in programma oggi sul corpo di Andrea Sciorilli, morto domenica, uno dei due figli di una coppia apparentemente normale. La denuncia di due anni per violenza domestica sembrava storia vecchia e, invece, si è rivelato un campanello d’allarme inascoltato. Che suona in tanti nuclei familiari. Oggi Antonio Sciorilli è in carcere a Vasto guardato a vista. “Ho fatto una stupidaggine”, dice. E pensa, insieme ai legali, la strategia difensiva. “Mio figlio era un violento”. E alimenta la tesi della legittima difesa al cospetto del figlio che domenica al culmine dell’ennesima lite avrebbe preso un coltello rivolgendolo verso il padre e lui si sarebbe difeso con l’ascia. E’ ancora sotto choc Sciorilli padre, alterna momenti di lucidità ad altri in cui sembra in trance. La vita di un dirigente Asl apprezzato e stimato è cambiata in una domenica di aprile che la famiglia doveva trascorrere a pranzo dai nonni. Poi, il diverbio con il figlio che si ribella al padre, l’omicidio e il tentativo di nascondere il corpo da parte di chi certe scene le aveva viste al massimo in televisione. Movimenti talmente goffi da essere balzati agli occhi di un vicino, la cui testimonianza si è rivelata fondamentale per ricostruire l’accaduto. E ora Antonio Sciorilli non si dà pace: per aver perso un figlio e per dover rispondere alla giustizia e ai congiunti della sua morte. E oggi anche quei brutti giri che Andrea – 21 anni, diplomato in marketing in una scuola dove si recuperano in fretta gli anni persi dopo le bocciature – frequentava sembrano il male minore di fronte a una tragedia irreversibile.
Sciorilli, in carcere a Vasto, ha ricevuto la visita di Monia Scalera, garante regionale dei detenuti. Un colloquio di due ore, «tra lucidità e sconforto: parlando del figlio piangeva».



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