È morto a Brescia Evaristo Beccalossi, una delle bandiere dell’Inter, storico centrocampista della squadra milanese con cui vinse lo scudetto 1980 e una Coppa Italia due stagioni più tardi.
L’ex calciatore e dirigente sportivo, che prima di militare in nerazzurro giocò anche nella sua città, Brescia (e con la Sampdoria, un’altra Coppa Italia, e a Monza e al Barletta), avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni, il 12 maggio. Due anni fa, oltre ad essere vicino all’allora dirigenza del Chieti calcio, è stato ospite dell’Inter club di Atessa per la presentazione del suo libro. Alla vigilia dell’evento, nel settembre del 2024, aveva reso questa intervista.
Beccalossi, com’è la vita da numero 10?
«Eleonora Rossi (giornalista che ha scritto il libro con lui, ndr) è stata brava a ricostruire la mia vita. Il numero 10 è un fantasista che, nel mio caso, ha la fortuna di fare quello che era un sogno da bambino. Libero di fare quello che vuole in campo e fuori. Oggi si vive di immagine, guai a sgarrare. No, a me le regole non piacciono molto».
Perché scrivere un libro?
«Non avevo questa esigenza. Ma Eleonora Rossi me lo ha proposto e mi è sembrata una buona idea. Mi ha permesso di tornare indietro nel tempo e rivivere la mia vita. Anche di consolidare il feeling con i tifosi».
L’emozione più bella?
«Per me che venivo da un paesello, essere in mezzo al campo al Meazza e sentire 80mila tifosi che gridano il mio nome non ha prezzo. Non un gol, non una vittoria, ma l’ovazione della gente».
Perché non è rimasto nel mondo del calcio?
«Diciamo che ci sono rimasto a modo mio. Sono capodelegazione delle Nazionali under 19 e 20. Abbiamo vinto un Europeo. Faccio parte della Fifa Legend. Ma non sono il tipo che si sa vendere. Credo di aver fatto bene. I vari Ricci, Fagioli e Raspadori che sono in Nazionale da Spalletti in precedenza li ho avuti io».
Nel 1982 mezza Italia la voleva in Nazionale, ma Bearzot non la portò in Spagna nel gruppo che vinse il Mondiale.
È vero che ho vinto poco, calcisticamente parlando. Però, non ho rimpianti. Quell’estate andai a Montecarlo, facevo il commentatore televisivo. Tutte le sere con donne diverse, altro che Mondiale…»
L’allenatore che le ha dato di più?
«Senz’altro il compianto Bersellini. Mi massacrava, ma sapeva tirare fuori il meglio dal sottoscritto. Mi ha insegnato che nella vita bisogna sudare e che nessuno ti regala niente. Solo che a 22 anni pensavo ad altro».
Oggi la sua Inter com’è?
«Sta facendo un percorso. Ha due assi: Marotta in società e Inzaghi in panchina. E poi un bel gruppo. C’è compattezza e questo per l’Inter, da sempre pazzarella, è un valore aggiunto».
Con chi è rimasto più legato nel calcio?
«Gabriele Oriali è il mio fratellino. Una persona che stimo tutt’ora, un leader silenzioso come piace a me. Ci sentiamo spesso».
Che rapporto ha con l’Abruzzo?
«Sono stato spesso da voi ultimamente. Anche perché sono amico di Ettore Serra, l’ex patron del Chieti. Mi sembra che abbia ceduto la società. Ma mi sembra che quella di Chieti sia una bella piazza per fare calcio, vale almeno la Lega Pro».
Chi la marcava bene?
«Nessuno in particolare, spesso dipendeva da me. Con la Juve mi esaltavo. Avevo sempre bisogno di uno stimolo, di una scintilla per brillare in mezzo al campo».
Che cosa le dà maggiore soddisfazione oggi?
«Questo libro mi ha fatto capire che ho lasciato un bel ricordo nella gente. E che dopo 40 i calciofili mi voglio ancora bene».



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