Non c’era bisogno. Non si sentiva la necessità di trasformare la città di Chieti in un ring di tutti contro tutti. Niente lo giustifica: nemmeno il futuro della città, perché il futuro si costruisce sulla coesione sociale. E l’arena elettorale in cui Marco Marsilio ha gettato benzina sul fuoco incendiando gli animi lascia ferite difficili da sanare con il tempo. Preoccupato, forse, che una campagna, tutto sommato educata, potesse favorire l’emergere degli argomenti cari alla città, il Governatore di Fratelli d’Italia ha pensato di bloccarli con il sistema del buttarla in caciara, con offese personali al sindaco e al candidato, il che ha funzionato come un richiamo della foresta in alcuni dei suoi, che hanno applaudito, mentre altri hanno provato un profondo imbarazzo che hanno tenuto, c’è da dire, molto ben nascosto.
Slogan, cori insulti non giustificano la conquista di palazzo d’Achille. Addirittura il video della premier Giorgia Meloni che ripete i concetti espressi da Marsilio e soci. Come se conoscesse Chieti da anni. Chieti città di centrodestra è finita per la seconda volta di fila in mano al centrosinistra soprattutto perché la sua classe dirigente ha litigato e quindi fallito. Solo colpa di un centrodestra che prima si è divisa e poi all’ultima settimana ha fatto finta di riunirsi. Tre al prezzo di uno. Nemmeno davanti all’evidenza delle sentenze ci si è fermati. Questa è la bocciatura di una classe dirigente non più credibile. Impresentabile per certi versi.
- Da Marsilio a Meloni, passando per gli esponenti del centrodestra teatino, hanno di fatto commissariato e soffocato Cristiano Sicari con continue invasioni di campo. L’avvocato non è mai emerso. Non è mai venuto fuori il suo carattere. O le sue idee. O la sua visione. E poi quel video in cui Sicari intervista Marsilio e il presidente della giunta regionale sforna milioni di euro o verità come noccioline? Ne vogliamo parlare? Oppure Mauro Febbo che dice di aver risanato i conti del Comune e al suo fianco c’è Andrea Buracchio, oggi leader di Forza Italia e in passato sindaco Dc che lo ha preceduto a Palazzo d’Achille? Chieti non meritava questo teatrino. I comizi a tre del centrodestra nell’ultima settimana erano la dimostrazione di una divisione non ancora ricomposta: di solito parla uno, parla il candidato sindaco. Tre al prezzo di uno, si diceva. La squadra si farà dopo e ne faranno parte gli alleati, ma al voto si va per scegliere il sindaco non un triumvirato. Il più bersagliato è stato Alessandro Carbone, l’avvocato che da oltre un anno va predicando civismo e che al primo bivio ha abbracciato una parte di quella politica che aveva criticato e censurato per mesi. Incoerente? Il minimo. E lo sarebbe stato anche se avesse scelto di andare col centrodestra. Andasse a risentirsi quello che ha detto per mesi e lo confrontasse con quel che ha detto nell’ultima settimana. Addirittura è riemerso Umberto Di Primio dalla vacanza! Per cercare di ribaltare le sentenze di primo e secondo grado della corte dei conti che lo mettono spalle al muro. Veramente è mancato solo l’endorsement di Papa Prevost. Un livello bassissimo. Ad onor del vero va rimarcato che anche dall’altra parte della barricata ci sono stati delle deprecabili scivolate. A Legnini, sostanzialmente, va dato atto di non essere caduto nei corpo a corpo forte del 47 e passa per cento di consensi al primo turno. Nel centrodestra non ha perso Sicari, la sconfitta va ascritta a Marsilio, Meloni e quella classe dirigente che il popolo di Chieti ha bocciato definitivamente.
- Chieti ha certamente bisogno di qualcosa in più di quanto fatto negli ultimi anni. Non di vivacchiare. Ha bisogno di tornare a essere un punto di riferimento. Il centrosinistra non si illuda. Ha una grande responsabilità sulle spalle. Fa bene a festeggiare il pericolo scampato di tornare nelle mani di certi personaggi. Ma, poi, si desse una mossa. Legnini si facesse venire qualche buona idea. Chieti ha bisogno di essere rilanciato. Non ci sono più alibi, nemmeno per il centrosinistra.



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