Morte dopo l’inseguimento: nessun carabiniere indagato, oggi l’autopsia sul corpo di Ciarelli

Prime indiscrezioni dalla Procura di Teramo sull’inchiesta relativa alla morte del pescarese Massimo Ciarelli avvenuta mercoledì sera. Oggi la dottoressa Donatella Fedeli effettuerà l’autopsia sul corpo del 43enne vittima dell’incidente nel tratto della statale adriatica tra Città Sant’Angelo e Silvi. Non ci sono elementi al momento che facciano pensare all’iscrizione nel registro degli indagati, da parte del pm Esisabetta Labanti, del carabiniere che guidava il fuoristrada dell’Arma contro il quale lo scooter si è andato a schiantare. Uno scooter guidato da Massimo Ciarelli, secondo l’avvocato Giancarlo De Marco, legale della mamma di Ciarelli. L’avvocato ha fatto chiarezza sul fatto, perché le prime voci davano il 43enne in semilibertà alle spalle di un guidatore sullo scooter. E, invece, no, guidava Ciarelli che è stato riconosciuto dai carabinieri, mercoledì sera, sin da Montesilvano. E’ stato seguito fino all’alt, nel tratto tra Città Sant’Angelo e Silvi; poi, l’inseguimento visto che non si è fermato. De Marco ha fornito una versione dei fatti che ha comunque bisogno di approfondimenti e di ulteriori indagini.
Le indagini sono curate dagli agenti della polizia stradale di Teramo.
Secondo quanto raccontato dall’avvocato De Marco, Ciarelli non si sarebbe fermato all’alt dei carabinieri perché non aveva con sé la patente di guida. Ciarelli, inoltre, non sarebbe potuto uscire dal comune di residenza, Pescara, e questo potrebbe essere un altro motivo per cui lo scooter non si sarebbe fermato. Uno scooter sul quale viaggiava un’altra persona, interrogata e poi rilasciata. Ciarelli era stato condannato per l’omicidio Rigante. Era in semilibertà.
La sera dell’omicidio Rigante – primo maggio 2012 – era con il fratello gemello e altri tifosi in un appartamento al piano terra di via Polacchi, quando Ciarelli, arrivò insieme a due suoi cugini. Con una pistola, Ciarelli colpì sul gluteo Rigante, che poco dopo morì.
Inizialmente Ciarelli era stato condannato a 30 anni, poi ridotti a 17 dopo l’annullamento dell’aggravante della premeditazione da parte della Cassazione e la successiva rimodulazione della pena, nel 2017, da parte della Corte d’assise d’appello di Perugia.
Lo scorso anno aveva ottenuto la semilibertà e di sera, alle 21, doveva rientrare in carcere.