Il 24 agosto 2016 alle ore 3,36, in piena notte, una scossa di magnitudo 6.0 devasta l’Appennino Centrale. In pochi secondi interi borghi vengono spazzati via. Tra i paesi più colpiti ci sono Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto. Amatrice è il comune che pagherà il prezzo più alto con 237 vittime. A dieci anni dal sisma che ha devastato l’Appennino Centrale, resta cruciale il tema della ricostruzione e della rinascita di questi territori.
Un bilancio complessivo drammatico, con 299 vittime, centinaia di feriti e decine di migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case. Secondo i dati del Dipartimento della Protezione Civile, il numero di assistiti passò dai 4.800 sfollati, registrati a inizio settembre, a oltre 30.000 nelle prime settimane di novembre. Furono 138 i comuni coinvolti, tra cui anche abruzzesi, in un’area di circa 8.000 km quadrati. Interi centri storici furono dichiarati inagibili e la ricostruzione si annunciò fin da subito come un percorso destinato a durare anni.
Per far fronte all’emergenza abitativa nacquero le SAE, Soluzioni Abitative in Emergenza. Concepite come sistemazioni temporanee, questi moduli prefabbricati avrebbero dovuto accompagnare le famiglie fino al rientro nelle proprie abitazioni. Per molti, però, quella fase di transizione dura ancora oggi.
Secondo il rapporto “Ricostruire è prevenire: il laboratorio sisma 2016 tra sicurezza e coesione territoriale”, presentato a Palazzo Chigi il 23 giugno 2026 da Guido Castelli, Commissario straordinario alla riparazione e ricostruzione del sisma 2016, i cantieri della ricostruzione privata completati sono 14.968, a fronte di 23.361 autorizzati, mentre i nuclei familiari ancora assistiti sono 8.759, circa il 40% in meno rispetto al 2022.



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