Addio a Nicola Venosa, il professore che insegnava la vita. Pescara perde un maestro di cultura e umanità

Nicola Venosa ha abbracciato il sonno eterno. Il professore lucano, trapiantato a Pescara da oltre cinquant’anni, ha intrapreso il suo cammino celeste. Lo ha fatto a modo suo, con quella discrezione e quella determinazione che hanno contraddistinto la sua esistenza. Lascia una città che gli deve molto e una comunità di ex studenti che, nel ricordarlo, ritroverà inevitabilmente un pezzo della propria giovinezza, della propria formazione e, soprattutto, della propria vita.
Originario di un piccolo centro della provincia di Potenza, Acerenza, dopo la laurea in Lettere classiche nell‘università Federico II di Napoli, approdò, ancora giovanissimo, all’Istituto Magistrale “B. Spaventa” di Città Sant’Angelo. Era un docente moderno, curioso, capace di intuire le potenzialità dei ragazzi e di stabilire con loro un rapporto che superava i confini, spesso rigidi, della tradizionale relazione tra cattedra e banchi. Possedeva una rara capacità di entrare nella testa e nel cuore dei suoi studenti, lasciando un’impronta destinata a durare ben oltre gli anni della scuola.
Successivamente arrivò al liceo Leonardo da Vinci di Pescara, l’istituzione scolastica che lo avrebbe accompagnato fino alla pensione e che rappresentò il palcoscenico privilegiato del suo lungo magistero. Da quelle aule sono passate intere generazioni di pescaresi, molti dei quali oggi affermati avvocati, medici, ingegneri e professionisti. Uomini e donne che, nella propria formazione, hanno conservato qualcosa di quelle lezioni: un riferimento culturale, una suggestione letteraria, una battuta fulminante, un invito a guardare la realtà da una prospettiva diversa.
Nicola Venosa era un uomo di altissimo profilo morale e professionale, un intellettuale raffinato e un educatore capace di lasciare il segno senza mai aver bisogno di alzare la voce o di esibire il proprio sapere.
L’altra passione
Accanto alla scuola, c’era un’altra passione: il calcio. Anche in questo mondo Nicola Venosa ha lasciato la propria impronta, prima come arbitro apprezzato, poi attraverso un percorso dirigenziale nella sezione AIA di Pescara. Un’esperienza che racconta un’altra parte della sua personalità: il rispetto delle regole, il senso della responsabilità, la capacità di interpretare i ruoli senza perdere di vista il valore delle persone. Anche sul terreno di gioco, come in aula, servivano equilibrio, autorevolezza e intelligenza.
Pescara perde oggi un educatore d’altri tempi, ma non un uomo appartenente al passato. La sua modernità stava proprio nella capacità di tenere insieme la solidità della cultura classica e la sensibilità verso le nuove generazioni, il rigore dello studio e la leggerezza dell’ironia, la profondità del pensiero e la semplicità dei rapporti umani.
Alla moglie Maria e al figlio Paolo giungano le condoglianze più sincere e affettuose. A loro il dolore più intimo e personale di una perdita che nessuna parola può colmare. A Pescara, invece, resta la gratitudine per un uomo che ha saputo essere molto più di un professore: un maestro di cultura, un conversatore brillante, un cittadino esemplare.