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A CIASCUNO IL SUO

L’Officium Quarti Militis nel carteggio A. De Nino – V. De Bartholomaeis. [Pubblicato in “La Gazzetta Peligna” (Periodico di cultura, politica, economia, attualità) Anno III, N. 5, Maggio 1987. Sulmona Pg. 3.]

di Franco Cercone

L’esistenza di un pur piccolo carteggio tra A. De Nino e V. De Bartholomaeis, sfuggita all’attenzione di B. Mosca, si evince dalla lettura di un importante quanto poco conosciuto saggio dello storico di Carapelle Calvisio, apparso con il titolo di Ricerche Abruzzesi nel “Bollettino dell’Istituto Storico Italiano”. Il saggio in questione, in cui sono descritti codici, pergamene e sermoni semidrammatici giacenti presso gli archivi di alcuni conventi abruzzesi, fu pubblicato nel 1889, ma nella breve dedica al Presidente dell’Istituto è apposta la data “novembre 1888” e pertanto la corrispondenza fra i due studiosi risale probabilmente agli anni 1887-89, quelli appunto che vedono il De Bartholomaeis (è lui stesso a dircelo) impegnato in indagini intraprese “da pochi mesi nella regione abruzzese”. Così si legge per es. a pag. 118 delle Ricerche: “Il mio dotto amico, Prof Antonio De Nino, comunicandomi una trascrizione del poema “De Passione Domini`…” ecc. Maggior rilievo assume tuttavia quanto scrive l’A. a pag. 161 a proposito di un “documento rinvenuto tempo fa nell’Archivio Capitolare di Sulmona, scritto sul rovescio di due pergamene ricucite all’uopo insieme nella fine del XIV o nel principio del XV secolo”, precisando che l’indice dell’Archivio dava la seguente indicazione: “Fascicolo 47, n.9. Due antichi instrumenti, de’ quali uno non può leggersi per l’ingiuria de’ tempi, e l’altro come segue: a…1331 Istrumento di vendita fatta da Ant.a moglie di Nicola d’Amicozzo di Sulmona a favore di Nardo di Pallia di Pettorano, degente in detta Città, di un pezzo di terra in dominio di Sulmona, in loco detto le Caminate. Dentro vi sono alcuni antichi responsorii seu versi per la passione di Giesu Cristo”. 

Aggiunge il De Bartholomaeis: “Ora, questi responsori sono un dramma bello e buono, e avanti ogni altra cosa, eccoli tali e quali, con la sola avvertenza che metto in colonna i versi che il testo reca di seguito a modo di prosa” Ed in nota: “Per ricerche in quell’archivio e comunicazioni non so come ringraziare a dovere il Prof. Antonio De Nino e il gentilissimo mons. Araneo, vicario in quella curia”.

Il “dramma bello e buono” di cui il De Bartholomaeis pubblica il testo, non è altro che l’Officium Quarti Militis, cioè lo ricordiamo brevemente, la parte recitata dal “quarto soldato” in un dramma liturgico di notevole ampiezza sulla passione di Cristo ed assai importante per la storia del teatro, anche se nel frammento appare più consistente la parte sostenuta non dal “Quarto” ma da tutti e quattro i soldati (nel dramma: Omnes). Va sottolineato però che l’Officium era già stato pubblicato due anni prima (1887) da G. Pansa in Noterelle di varia erudizione ed il De Nino (piccolo “giallo”, questo episodio) doveva esserne sicuramente al corrente, dati gli ottimi rapporti che lo legavano in tale periodo al ‘giovane’ Pansa (non di rado si leggono nelle Noterelle espressioni come “il mio carissimo amico, Prof Antonio De Nino” oppure “il mio dotto amico Prof. Antonio De Nino” a riprova dell’amicizia regnante tra i due studiosi peligni). Sicché vien spontaneo chiedersi come mai il De Nino non abbia comunicato tale notizia al De Bartholomaeis, oppure, se ciò è avvenuto, come mai quest’ultimo non ne abbia fatto cenno nelle sue Ricerche. Non è da escludere l’ipotesi che il De Nino volesse sottoporre ad ulteriore lettura il testo dell’Officium giovandosi della perizia di mons. Araneo, dato che il Pansa stesso aveva cercato come afferma nelle sue Noterelle di «supplire alla meglio›› le parole illeggibili nella pergamena, che si presentava “consumata” dal tempo. In più di un punto, infatti, alcune parole delle due “versioni” dell’Officium (quella del De Nino e quella del Pansa) non coincidono, compresa la data di una delle due pergamene ‘cucite insieme’, poiché l’altra era illeggibile “per l’ingiuria de’ tempi”: 1331 (De Nino e quindi il De Bartholomaeis); 1341 (Pansa). In un articolo apparso ne “La Gazzetta Peligna” (n. 5,1986) e dal titolo “Il Congedo del Quarto Soldato” l’amico S. Sticca afferma invece che “l’intera composizione appariva trascritta sul rovescio di due pergamene, contenenti rispettivamente istrumenti notarili del 1331 e del 1350”, ma non sappiamo da quale fonte egli tragga quest’ultima data, cioè 1350, non riportata nelle due “versioni” del Pansa e del De Nino (forse dall’ Inguanez?). I due, infatti, insieme al Faraglia ed all’Araneo, vanno annoverati tra i pochi studiosi che hanno avuto la possibilità di osservare con i propri occhi le pergamene conservate un tempo nell’Archivio di San Panfilo e le cui ultime notizie (quelle in nostro possesso, ovviamente) risalgono ad un biglietto postale datato “Carapelle, 12, V,1900” e nel quale il De Bartholomaeis ringrazia tra l’altro il Pansa per le “nitide immagini del Quarto Soldato”.

Va ricordato tuttavia che sulle tracce dell’ Officium si era messo nel 1972, ma senza risultati, il compianto Angelo M. Scalzitti che intendeva corredare il terzo o il quarto volume della “Storia di Sulmona” di F. Sardi de Letto di alcune fotografie riproducenti passi del frammento di dramma liturgico (il Sardi de Letto si chiede se la data della pergamena sia 1551 o 1351 e sostiene che il De Bartholomaeis “osservò e studiò nell’archivio di San Panfilo”  l’Officium Quarti Militis, ma ciò come si è visto, non risponde a verità). Nell’articolo citato lo Sticca afferma inoltre che l’Officium poteva essere consultato “fino a qualche anno fa” nell’archivio capitolare di S. Panfilo ed allega al testo, incautamente, fotografie riproducenti due passi del frammento di dramma e tratti non sappiamo da quale pubblicazione. Del resto, lo Sticca ci aveva già dato in precedenza un saggio sull’arte di fotografare fotografie.

Nell’opuscolo dal titolo Sulmona e il teatro medievale abruzzese (1980), egli riproduce infatti con lo stesso sistema un passo dell’Officium pubblicato dal De Bartholomaeis, ritiene ancora conservato presso l’archivio capitolare il frammento di dramma ed ignora, sempre alla data del 1980, che l’Officium fosse stato pubblicato per primo dal Pansa, particolare questo che ha appreso (ma si è ben guardato dal dirlo) negli anni successivi leggendo il mio saggio “La Madonna che scappa in piazza a Sulmona” ed in cui ha rilevato due “errori”. Scrivevamo appunto che nell’Officium era noto il nome del “Quarto Soldato”, Trystainus, che presenta “qualità appartenenti all’eroe omonimo descritto nel poema di Gottfried von Strassburg”.

Sul primo di essi lo Sticca ha ragione. Trystainus (scherzi della memoria) non è infatti il nome del Quarto soldato (forse si chiamava Ciccillo o Pampanùccio, ma non lo sappiamo). Circa il secondo “errore” lo Sticca nota che “le qualità principali di Tristano, a livello letterario, erano già state descritte nel Tristan dell’anglonormanno Thomas, nel Tristan et Iseut di Béroul e nel Tristan di Filhart von Oberge, opere… che precedono di parecchi decenni il Tristan und Isolte di Gottfried von Strassburg…”. Non si comprende cosa abbia a che fare qui la mia affermazione con la precisazione dello Sticca, il quale ha dimenticato (ma ne discuterò con lui in tedesco alla prima occasione) che nella concezione del suo Tristan, Gottfried “si stacca decisamente dalla tradizione”, come sottolinea il Grunanger in un fondamentale studio sull’argomento che gli consigliamo di leggere.

Comunque, ciò che appare grave (questo sì che è un errore!) è che lo Sticca cita nel suo opuscolo Sulmona e il teatro medievale abruzzese una frase delle “Ricerche Abruzzesi” del De Bartholomaeis senza aver mai letto questo importante saggio dello storico di Carapelle. Avrebbe appreso cosi che fu il De Nino ad inviare al De Bartholomaeis la trascrizione dell’Officium e non il Pansa, ed avrebbe altresì ponderato meglio la questione relativa alla provenienza dell’Officium, che costituirà comunque oggetto di un nostro prossimo intervento sulle pagine de “La Gazzetta Peligna”.

Al Pansa va riconosciuto dunque il merito di aver pubblicato per primo il testo dell’ Officium nelle sue Noterelle, egli sottolinea come “dovesse al Faraglia, occupato in quel tempo nell’Archivio di S. Panfilo a trascrivere antichi documenti, confluiti poi nel Codice Diplomatico Sulmonese”, la notizia di questo “raro ed importante frammento” in cui è segnato “quel periodo di transizione che dall’antica rappresentazione liturgica passa ad una forma drammatica più pura, più larga e di un carattere evidentemente teatrale”, nonché “uno stadio di avanzamento nella completa emancipazione dalle forme rituali chiesastiche”.  Il che non giustifica la frettolosa affermazione dello Sticca, secondo cui il Pansa non ha individuato “il valore drammatico del documento”.  De hoc satis.

Comunque, al Pansa spetta solo il merito della prima pubblicazione dell’Officium ma non la sua divulgazione presso autorevoli cultori di Storia del teatro, poiché la conoscenza delle Noterelle rimase circoscritta a pochi studiosi sulmonesi dell’epoca e non a caso questa raccolta di scritti “di varia erudizione” non fu recensita né sul Bollettino DASP, né sulla “Rivista Abruzzese di Scienze, Lettere ed Arti”.

L’Officium Quarti Militis fa pertanto il suo ingresso ufficiale nell’orizzonte della Storia del teatro con le Ricerche Abruzzesi del De Bartholomaeis (1889) e nella trascrizione effettuata dall’infaticabile De Nino. Tale orizzonte si allarga poi allorché, come apprendiamo dallo Sticca, “lo Young, nel 1933, basandosi sull’edizione testuale dell’Officium Quarti Militis redatta dal De Bartholomaeis, rese disponibile al mondo anglosassone il testo drammatico di Sulmona”, nella trascrizione giova ripeterlo fatta dal De Nino e con la “variante” sottolineata dallo stesso De Bartholomaeis (“metto in colonna i versi che il testo reca di seguito a mo’ di prosa”).

D’altro canto, il Pansa viene a conoscenza delle Ricerche Abruzzesi nel 1889, nell’anno stesso cioè in cui tale lavoro fu pubblicato. Ciò risulta dal carteggio dei due studiosi che ho potuto consultare circa dieci anni fa, allorché lo riordinai su commissione di Donna Clara Pittoni-Pansa. In due lettere datate 1889 e recanti il timbro postale di Carapelle Calvisio (il loro testo, data la delicatezza degli argomenti, è al vaglio del caro amico Giuseppe Papponetti, cui le ho donate) scrive tra l’altro il De Bartholomaeis al Pansa (data. 23.7 1889): “Preg.mo Amico. Eccovi le “Ricerche” delle quali mi aspetto un giudizio spassionato…”.  Nella seconda lettera (data: 2.8.1889) si legge ancora: “Preg.mo Amico. Vi spedii, or sono pochi giorni, con le mie Ricerche, una cartolina con cui vi pregavo volermi risparmiare un viaggio…ecc.” (affiora sempre nel carteggio con il Pansa la “non predisposizione” del De Bartholomaeis ad intraprendere viaggi e ciò spiega come egli affidasse spesso ad altri studiosi il compito di trascrivere documenti).

Ed il “giudizio spassionato” richiesto dal De Bartholomaeis fu dato abbastanza presto dal Pansa, che

si occupò nel 1890 delle “Ricerche Abruzzesi” sul Bollettino DASP (Punt. III), mostrando di aver assorbito bene il “colpo mancino” del De Nino, poiché nella recensione egli non informa affatto il De Bartholomaeis di aver pubblicato per primo, nel 1887, il frammento del dramma liturgico.

Qualche rilievo critico affiora tuttavia in più di un punto ed in particolare il Pansa fa notare allo storico

di Carapelle che “non gli era forse mestiere di arrischiare l’ipotesi, comunque giustificata, di un’importazione per opera de’ Celestini della drammatica liturgica in Sulmona, giacché questa città ne’suoi ricchi Archivi si rivela fin dal sec. XIV tutt’altro che chiusa in una valle appenninica, isolata dagli scambi commerciali e intellettuali” (le parole in grassetto sono tratte da un passo delle Ricerche del De Bartholomaeis). Dal quale giudizio si evince che non c’era proprio bisogno, come fa lo Sticca,

di ricorrere ai “recenti studi di E. Mattiocco e G. Papponetti” per dimostrare la vitalità culturale di Sulmona nei secoli XIV e XV (una sviolinata, questa, che avrà irritato, come ritengo, gli stessi amici Mattiocco e Papponetti) ma bastava leggere un po’ le opere del Faraglia, del De Nino e del Pansa (quest’ultimo anche sulla notorietà di Tristano, nel medioevo, presso i ceti umili abruzzesi) per rendersi conto di come il De Bartholomaeis fosse in errore.

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