Tutti davanti alla televisione per vedere il primo mondiale a 48 squadre. Addirittura distribuito su tre Paesi: Usa, Messico e Canada. Un’abbuffata di partite. Una manna dal cielo per i calciofili. Fase finale allargata, ma che per la terza volta di fila non vede l’Italia ai nastri di partenza. Il perché l’hanno spiegato milioni di commentatori e opinionisti. Va rimarcato che la mancata qualificazione è la conseguenza, non il problema del calcio di casa nostra. Il sogno delle notti magiche è di nuovo accantonato. Nessuno potrà immaginare di riempire le piazze per una vittoria della Nazionale di calcio. Pensare di invertire la rotta con l’elezione di Giovanni Malagò (o Giancarlo Abete) che, probabilmente, chiamerà in panchina Roberto Mancini è difficile. Saranno altre le decisioni da prendere per cercare di rilanciare il calcio italiano che non fa altro che riflettere la crisi del Paese. Però, c’è una cosa che il nuovo presidente federale può risparmiare a tutti: richiamare un ct che ha piantato in asso la federazione dall’oggi al domani per inseguire un ingaggio faraonico. Quest’onta è possibile da evitare. Che poi Mancini sia bravo, che abbia infilato con la Nazionale una lunga striscia di risultati positivi, che abbia vinto un Europeo tutto vero. Ma gli uomini vengono prima degli allenatori. E gli uomini si giudicano anche dai comportamenti. E quel che ha fatto nell’estate del 2023 è stato un errore di cui non basta pentirsi. Mollare la Nazionale per farsi riempire di soldi dopo averne guadagnati già tanti non è un buon biglietto da visita. A 61 anni ha un contratto fino al 2028 con l’Al Sadd, con cui ha vinto il campionato in Qatar, ma rescinderlo non sarebbe un problema. Vuole tornare alla guida della Nazionale ed essendo amico di Malagò (frequentazione al circolo Aniene di Roma) ha buone possibilità di riuscirci.
Il Mondiale 2026 è riservato all’elite. Biglietti che costano il doppio che in Qatar. Dovevano essere i mondiali della pace e, invece, va in scena con due guerre aperte. Il presidente Fifa Gianni Infantino genuflesso verso Donald Trump è l’immagine di un Mondiale con le solite contraddizioni in nome e per conto del business. Incredibile – e vergognoso – vedere protagonisti del Mondiale respinti al confine degli Usa. Gente rimpatriata. Roba di un altro secolo.
Va in scena l’ennesimo tentativo di combinare il matrimonio tra il pallone e gli Stati Uniti d’America che nel Dna hanno altri sport. Dal footbal americano al basket, passando per il baseball. Comandano i soldi, sono loro che fanno rotolare il pallone. Comandano gli sponsor. Il contorno non è all’altezza, ma vuoi mettere quel pallone che gonfia la rete. Vuoi mettere l’entusiasmo negli stadi. Messi contro Cristiano Ronaldo. Vuoi mettere una giocata di Neymar o Yamal. O uno spunto di Mbappè. E poi ci innamoreremo di una nazionale sorpresa. Ci sarà il bello del calcio che ci terrà attaccati alla televisione. Non saranno notti magiche, non sarà un’estate da sballo. Ma il Mondiale di calcio è sempre una libidine per gli sportivi e gli appassionati.



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